domenica 29 gennaio 2012

ACTA: Si farà!


Il relatore del parlamento europeo sull'ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement, accordo commerciale anticontraffazione) si è dimesso in segno di protesta dopo che 22 Stati dell'Unione hanno sottoscritto in Giappone il contestato trattato contro la pirateria informatica e il commercio di materiale contraffatto. L'accordo è stato firmato anche dalla Commissione Europea a nome dell'UE.
Il relatore Kader Arif (Francia) ha definito la vicenda dell'ACTA "Una mascherata alla quale non intendo partecipare" ed ha dichiarato egli intende denunciare il modo con il quale si è pervenuti alla redazione dell'accordo: "nessuna consultazione con la società civile, assenza di trasparenza dopo l'inizio dei negoziati (iniziati due anni dopo che Wikileaks pubblicasse la prima notizia sulle discussioni in atto, ndr), ripetuti rimandi della sottoscrizione del testo senza alcuna spiegazione, messa da parte delle raccomandazioni del parlamento europeo fornite in varie risoluzioni della nostra assemblea".
Arif denuncia anche che "l'accordo ACTA pone dei problemi, a causa del suo impatto sulle libertà civili, delle responsabilità che fa pesare sui fornitori d'accesso a Internet, delle conseguenze sulla fabbricazione dei farmaci generici o della poca protezione che offre alle nostre indicazioni geografiche". "Questo accordo può avere delle conseguenze maggiori sulla vita dei nostri cittadini - ha concluso Arif - e per questo si fa di tutto perché il parlamento europeo (l'unico organismo elettivo della UE, ndr) non abbia voce in capitolo".
L'accordo - che non ha valore legale, ma per ora solo quello di una dichiarazione d'intenti - in aggiunta alle misure su Internet - fra cui la fornitura dei dati da parte degli internet service provider - riguarda anche il commercio di articoli contraffatti. Al di fuori della UE, il trattato è stato sottoscritto fra gli altri stati anche da Stati Uniti, Australia, Canada e Giappone.
Darrell Issa, senatore statunitense già critico riguardo alla legge americana SOPA (Stop Online Piracy Act) ha dichiarato pubblicamente che l'ACTA è molto più pericoloso del SOPA stesso. Egli ha evidenziato che, non essendo stato votato dal Congresso, l'accordo non cambia le leggi esistenti, "Ma una volta implementato, si creerà un nuovo sistema di applicazione che in pratica legherà le mani del Congresso (qualora cercasse di) annullarlo".
Condanna dell'ACTA è stata espressa anche da diversi eurodeputati, sia considerando le modalità con cui è stato raggiunto l'accordo, sia tenendo conto che in parlamento UE era stata presentata un'altra proposta che tutelava i diritti di tutti.
L'europarlamentare Marietje Shaake (Olanda) - che nel novembre scorso ha spiegato la sua posizione su questi temi alla conferenza internazionale indetta dall'Osservatorio sulla legalità e sui diritti a Milano - ha invitato i cittadini europei a fare pressione sui parlamentari europei della propria nazione, alcuni dei quali saranno chiamati a discutere dell'ACTA nella Commissione per il commercio internazionale il 29 gebbraio o il primo marzo.
L'europarlamento dirà l'ultima parola sulla questione prevedibilmente nella sessione plenaria della seconda settimana di giugno.

venerdì 27 gennaio 2012

Cina: Ci siamo anche noi su Internet


Da sempre la nazione più frammentata sulla faccia della Terra, la Cina si appresta ora a diventare più coesa grazie ai nuovi mezzi di comunicazione della Rete. La comunità di Internet si sta espandendo a super-velocità, con profonde implicazioni per l’economia cinese, per non parlare delle norme sociali e del sistema politico del Paese. Questo genio non può essere rinfilato nella bottiglia; una volta tirato fuori, non torna indietro.

Il passo della trasformazione è eccezionale. Secondo Internet World Stats, il numero di internauti in Cina è più che triplicato dal 2006 e ha rapidamente toccato i 485 milioni a metà del 2011. La corsa verso Internet è però tutt’altro che finita. A partire dalla metà del 2011, solo il 36% dei suoi 1,3 miliardi di utenti si collegava a Internet – ben lontano dall’80% di utenti registrati in Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti.

Considerato il netto calo di costi per Internet (si stima che gli internauti cinesi supereranno gli utenti del computer entro il 2013) e il forte incremento dell’urbanizzazione e dei redditi pro capite, non è impensabile aspettarsi che il tasso di diffusione di Internet in Cina superi la soglia del 50% entro il 2015. Sarebbe come aggiungere quasi tre quarti di tutti gli internauti esistenti negli Usa.

I cinesi non navigano su Internet in modo casuale e irregolare. Coerentemente con ciò che il teoretico di social-network Clay Shirky ha chiamato propensione della società a scoprire il «surplus cognitivo» insito nelle attività della Rete, secondo uno studio diffuso dal China Internet Network Information Center gli internauti cinesi navigano in media 2,6 ore al giorno – un’ora piena in più rispetto al tempo che trascorre in media davanti alla televisione un cittadino cinese tra i 15 e i 49 anni.

Si stima che i microblog cinesi (gli equivalenti locali dei più famosi social network), che stanno vivendo un vero e proprio boom, contassero all’incirca 270 milioni di utenti alla fine del 2011. E gli aspetti positivi sono numerosi. A livello mondiale circa il 70% di tutti gli internauti è attualmente attivo in qualche forma di microblogging, che rappresenta il segmento di Internet in maggiore crescita. In Cina, tale percentuale corrisponde al 55%.

Quando si tratta della Cina, è sempre facile farsi trascinare dai numeri, soprattutto se legati alla grandezza del Paese. Ma il messaggio qui riguarda le implicazioni legate all’espansione della Rete e non solo alle dimensioni della Cina.

Internet ha un forte potenziale: riveste un ruolo significativo nella nascita della società consumistica cinese – un imperativo strutturale cruciale per l’economia cinese da tempo in squilibrio. L’espansione del web si accompagna a una consapevolezza nazionale delle abitudini di spesa, dei gusti e dei brand – caratteristiche essenziali di qualsiasi cultura consumistica.

Il tasso di consumo dell’economia cinese, inferiore al 35% del Pil, è il più basso di qualsiasi altro grande Paese. L’impennata dell’uso di Internet in Cina potrebbe agevolare le iniziative a favore dei consumi lanciate dal Dodicesimo Piano quinquennale recentemente emanato.

Internet potrebbe altresì consentire comunicazioni più libere e aperte, una maggiore mobilità, una rapida e trasparente diffusione delle informazioni, e sì, anche l’individualità. La leadership cinese è stata sempre esplicita nel sollevare preoccupazioni sulle crescenti disuguaglianze che potrebbero altrimenti nascondere lo sviluppo di ciò che chiamano una società più armoniosa. La Rete potrebbe essere un mezzo potente per aiutare la Cina ad unire le forze e raggiungere questo obiettivo.

Infine, Internet ha il potenziale di essere uno strumento di cambiamento politico. Si tratta di una considerazione logica per qualsiasi Paese coinvolto nella Primavera araba dello scorso anno, che in numerosi Paesi (soprattutto in Tunisia e in Egitto) è stata agevolata dalla mobilitazione in Rete.

Mentre la riforma dello stato monopartitico cinese è sempre stata vista come un obiettivo importante nella moderna Cina – dalla cosiddetta Quinta modernizzazione di Wei Jinsheng alla fine degli anni Settanta ai recenti discorsi del premier Wen Jiabao – il progresso è stato limitato. Cambierà questa situazione se la Cina abbraccerà Internet?

La Cina non fa eccezione nel richiedere leadership, responsabilità e dinamismo come condizioni di stabilità politica. La sua comunità di internauti in rapida espansione ha ripetutamente risvegliato la consapevolezza nazionale sulle difficili questioni locali. Tutto ciò si è reso particolarmente evidente nei postumi del terremoto di Sichuan nel 2008, nelle violenze etniche scoppiate nello Xinjiang nel 2009 e nel disastro ferroviario di Wenzhou nel 2011

martedì 24 gennaio 2012

Anonyupload, il "megaupload" anonimo



Un nome su tutti si è fatto largo nella corsa al post-Megaupload: trattasi di Anonyupload, progetto annunciato da poche ore e che vedrà la luce ufficialmente il 25 gennaio. Sul sito, però, grava un pesante punto interrogativo: si tratta di una truffa o di un reale tentativo di sfuggire all’FBI mettendo in piedi una struttura alternativa a quella che fu di Kim Dotcom?

Da una parte v’è il sito in sé, che sta aggiungendo importanti dettagli sulla propria homepage proclamando l’autenticità dell’iniziativa; dall’altra vi sono gli Anonymous, i quali tagliano i ponti con il progetto enunciando ufficialmente il proprio totale distacco nonché la propria secca diffida nei confronti dell’idea.

Vero o falso? Scam o nuovo Megaupload? Per tentare di capirlo occorre anzitutto partire dalla pagina ufficiale, Anonyupload.com, e dalle sue evoluzioni nelle ultime 24 ore.

Innanzitutto il team utilizza il simbolo degli Anonymous, ma al tempo stesso se ne dissocia specularmente al modo in cui gli Anonymous stessi si sono dissociati da Anonyupload. Chiara la definizione che il nuovo gruppo offre di sé: «si può essere Anonymous su Internet, si possono supportare gli Anonymous e non essere membri degli Anonymous. Non siamo un fake!». Una rivendicazione urlata, insomma, per fissare un punto di partenza: il principio è quello degli Anonymous, ma l’origine è diversa e le attività sono dissociate. Un team alter-Anonymous, insomma, per mettere in piedi un alter-Megaupload.

Le accuse di scam, inoltre, sembrano momentaneamente cadere nel giro di poche ore di fronte alla rimozione del pulsante per le donazioni di denaro: il gruppo spiega che al momento non servono altri fondi poiché si tenterà di fare il possibile con quanto già ricevuto ad oggi. Il ringraziamento a chi ha già inviato la propria partecipazione in termini monetari chiude il sospetto più feroce: che l’iniziativa fosse una semplice truffa ben orchestrata.

Confermata la dislocazione in Russia dei server per sfuggire alla giurisdizione USA. Su Twitter, inoltre, il gruppo inizia ad offrire basi teoriche più solide all’iniziativa: «vogliamo lanciare un network decentralizzato, come Diaspora, con lo stesso sistema economico di Wikipedia! Fidatevi, non stiamo tentando di truffarvi». Una parola, in particolare, sembra farsi largo con forza: decentralizzazione. Ed è su questo punto che il progetto pone il proprio accento e la propria peculiarità di approccio.

Pur agendo in modo teoricamente contrario ai propri stessi interessi, il team Anonyupload spiega perché la propria stessa idea non sia una buona idea:

Anonyupload.com è un servizio centralizzato: quando carichi un file, questo è conservato sui nostri hard drive, in una singola location. E questa non è cosa buona! è il contrario di quel che è Internet: decentralizzazione. 

Condividere un file tramite reti P2P moltiplica il file in modo significativo, e quando qualcuno li vuole scaricare, pezzi di questi file sono conservati da diverse macchine allo stesso tempo ed infine si può ricostruire il file originario [...].

Il consiglio, insomma, è quello di usare Anonyupload al fianco di altri servizi, poiché è nella decentralizzazione che può essere ricercata la ricchezza di un servizio si sharing. Dunque perché mettere in piedi comunque Anonyupload, nonostante i principi espressi? Anche per questo il team ha una risposta:

Perché è divertente e tecnicamente interessante, tenete a mente che l’obiettivo non è di diventare una replica di Megaupload. Se abbiamo una base economica buona tramite le donazioni, faremo il possibile per espanderci, ma senza arrivare ad un enorme sistema che funziona solo con i soldi.

Anonyupload ne esce quindi probabilmente ridimensionato: rifiuta l’eredità di Megaupload, respinge il principio di Megaupload, è bocciato dagli Anonymous, ma al tempo stesso si carica in spalle principi di decentralizzazione facendosi evangelista del P2P.

“Vero o falso?” A questo punto vale un po’ come un “testa o croce?”. Vero, probabilmente, ma a modo suo. Megaupload era tutt’altra cosa e non sarà quindi presumibilmente Anonyupload a raccogliere i favori di chi è orfano del vecchio sistema e sta cercando in queste ore una alternativa valida.

Salutate anche FileSonic e FileServe


Il popolo del web ancora non si è ripreso dalla batosta della chiusura di Megavideo, Megaupload e tutti i siti Mega di cui era proprietario Kim – DotCom – Schmitz che arrivano delle novità per lo streaming e lo sharing anche riguardo Filesonic e Fileserve.
Questi ultimi due non offrivano un servizio di streaming ma soltanto di sharing, servizio che negli ultimi giorni è stato ridimensionato notevolmente. Spaventati forse dall’arresto di DotCom i proprietari di Filesonic e Fileserve hanno deciso di limitare il download dei propri file, come? Gli utenti potranno scaricare soltanto i propri file personali, non è possibile quindi lo sharing, cioè la condivisione dei file con altri utenti.
Inutile dire il caos di link interrotti che si trovano in rete a causa della chiusura di Megavideo, Megaupload e delle restrizioni di Filesonic e Fileserve.
Megavideo, Filesonic e Fileserve sembrerebbero, per il momento almeno, gli unici ad esser stati colpiti direttamente e non dalla ventata antipirateria del Dipartimento di Giustizia americano e della FBI.
In rete già circolano numerose novità per lo streaming e lo sharing riguardo a portali già esistenti che non hanno intenzione di chiudere e altri che stanno aprendo per colmare il vuoto lasciato dai colossi Megavideo e Filesonic.
Fra i siti esistenti che offrono un servizio simile a quello di Megavideo, Filesonic e Fileserve, ovvero la condivisione di file fra utenti, vanno ricordati RapidShare e MediaFire che concordano sul fatto che l’hosting di file è un servizio legale che non si basa sulla violazione di copyright e per tanto non chiuderanno.

domenica 22 gennaio 2012

Apple prova a reinventare i libri, di nuovo


Annunciata come una «rivoluzione» nel mondo dei libri di testo e dell'educazione, l'ultima trovata di Apple apre a diversi concetti interessanti.
Promette di abbassare -e di molto- il prezzo dei libri scolastici e presenta, tra le tante novità, un editor per creare facilmente testi multimediali a supporto dell'insegnamento. Il che significa un'offerta sempre maggiore nel tempo, titoli sempre aggiornati e un insieme di vantaggi collaterali anche per la didattica.

«La nuova piattaforma di Apple», scrive Jenn Webb su O'Reilly Radar, «tuttavia potrebbe non essere così innovativa come sembra a prima vista. E la logica dei libri di testo potrebbe non essere reinventata come Apple dichiara». Le ragioni sono diverse: da un lato viene tutto «rinchiuso» in una piattaforma che non è economica e che non è aperta. Dall'altro si calcola che un libro di testo possa arrivare a pesare anche 2 o 3 GB, e la capacità di archiviazione dei dispositivi non è illimitata.

Business Insider sottolinea poi che diversi commentatori hanno espresso perplessità sul contratto di licenza: i libri creati con la nuova app possono infatti essere venduti solo sul negozio di Apple. E se è vero che, in fondo, è così che funziona l'ecosistema di Apple per tutti i suoi prodotti, si tratta di un limite operativo abbastanza forte.
Ragiona sullo scenario, invece, Brian Barrett su Gizmodo: «Apple ci ha mostrato», scrive, «esattamente quello che è il futuro dell'educazione. Il futuro che avevamo immaginato per decenni. Cose alla Harry Potter. Questa nuova piattaforma è destinata a cambiare il modo in cui studiamo, il modo in cui pensiamo, il modo in cui viviamo». Molti elementi, dal prezzo alle potenzialità generali, secondo Barrett annunciano un cambio di paradigma nel mondo dell'apprendimento, ma non senza problemi. Tutta l'analisi e il ragionamento meritano la lettura: You Can’t Afford Apple’s Education Revolution.

Da leggere anche la riflessione di John Paul Titlow su ReadWriteWeb e quella di Mathhew Ingram su GigaOm. Titlow annota che rendere così facile la produzione e la pubblicazione di ebook potrebbe assomigliare alla facilità con cui i blog hanno portato migliaia di persone a scrivere sul web. E tre altre considerazioni generali, suggerisce che in fondo Apple non sta uccidendo gli editori: sta costruendo delle partnership con loro. Il titolo del pezzo è abbastanza chiaro: Why Apple Won't Disrupt the Textbook Industry Anytime Soon.

Matthew Ingram si aggiunge al coro di quanti si chiedono se sia o meno il caso di dare ad Apple il controllo sui libri di testo. Perchè di questo si tratta: «magari in futuro il modello sarà più aperto», scrive, «ma per quello che abbiamo visto finora Apple sta facendo con i libri di testo quello che ha fatto con la musica e con i videogiochi mobili: controllare il mercato». Leggi tu stesso: Do we want textbooks to live in Apple’s walled garden?.

Molto più critica, infine, Audrey Waters su Hack Education. «Non puoi annunciare di voler cambiare il mondo dell'educazione e poi farlo in accordo con i tre editori che da soli già controllano il 90% del mercato dei libri di testo». Poi va giù ancora più dura: «Digitalizzare il modello di istruzione non cambia nulla. Aggiungere video ai libri  non cambia niente. Interagire con i libri usando i pinch e lo zoom non cambia niente». E argomenta il suo scetticismo in un lungo post. Che si intitola, guarda caso, Apple and the Digital Textbook Counter-Revolution.

È evidente che, comunque si decida di pensarla, è ancora troppo presto per esprimere un giudizio definitivo. La tecnologia, come questa nuova piattaforma di Apple, abilita (e non «definisce») delle pratiche nuove. Prezzi più bassi e facilità di accesso sono comunque degli elementi importanti. Poi, se questi nuovi orizzonti cambieranno l'educazione, dipenderà da tantissimi altri fattori. E dall'ìntelligenza con cui saranno usati i nuovi strumenti.